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Ansia sociale

L’ansia sociale è quella condizione di sofferenza che si prova in situazioni sociali appunto, caratterizzata da paura e irrequietezza, e che attiva sintomi neurovegetativi nella persona: tremori, sudorazione, tachicardia, rossore del volto.


Spesso è legata al timore marcato e persistente del giudizio degli altri in situazioni sociali, ma anche alla vergogna con cui l’individuo percepisce se stesso, ossia come una persona indegna di amore e rispetto, inadeguata e di scarso valore, poco meritevole di stima.
L’ansia sociale nasce da una predisposizione personale al timore o paura nel confronto con l’altro e/o da uno stile familiare che favorisce la costruzione di un’immagine di sé negativa e dell’altro come giudicante e/o rifiutante. Infatti spesso le persone che ne soffrono, hanno vissuto atteggiamenti di critica, rifiuto, umiliazione, distacco emotivo, ma anche iperprotezione, da parte di chi era per loro importante. Se questi Modelli operativi interni (Bowlby, 1979) verranno confermati anche negli anni successivi (esperienze di bullismo, umiliazione e derisione vissuti nell’infanzia e in adolescenza), potranno stabilizzarsi nel tempo e creare nella persona una estrema ricerca di approvazione e conferma da parte dell’altro. Ecco nascere dunque una forte motivazione a fare buona impressione sugli altri, vivendo le interazioni sociali come una sorta di esame non superato per l’immagine negativa di sé e delle sue eventuali performance. L’altro/a avrà spesso le caratteristiche di chi all’inizio giudicava, criticava e invalidava ogni suo sentire.
Dietro al voler avere l’approvazione altrui vi è la connessione che si fa tra “sono in grado, ho valore, sono degno d’amore e vicinanza” per rispondere ai bisogni fondamentali dell’affiliazione, appartenenza, legame. Questo, nella persona con ansia sociale è letta partendo da un’immagine distorta e inevitabilmente negativa di sé e della situazione che quindi cercherà di evitare il più possibile.

Diverse possono essere le configurazioni:

  • Antonio si vede come inadeguato e sente gli Altri critici e rifiutanti;
  • Marco si percepisce completamente estraneo al contesto, fuori luogo, a disagio, finisce così per osservare dal suo angolo appartato e temporaneamente rassicurante le interazioni sociali che avvengono davanti a sé, senza sentirsi in grado di farne parte perché diverso e perché l’Altro/a gli sembra escludente, giudicante.
  • Francesca si vede debole e sottomessa e l’Altro/a è forte, costrittivo/a e tirannico/a, spesso può accadere nelle relazioni con persone familiari, che però sono considerate le uniche possibili relazioni, data la personale bassa autostima. Lei si sente così, frustrata e “costretta” anche se solo da se stessa, in quel rapporto che non soddisfa il desiderio di relazionarsi con il mondo fuori, ma senza poter esprimere chiaramente e direttamente la propria rabbia per paura della solitudine. Le emozioni vengono perciò agite solo in modo nascosto e indiretto.
Tutti i protagonisti degli esempi riportati sentono la necessità di sperimentare la vicinanza agli altri, il vivere situazioni sociali, il desiderio di sentirsi parte del gruppo, ma partendo da un’immagine inadeguata di se stessi, temono fortemente il rifiuto dell’Altro/a, per cui al presentarsi di piccoli cambiamenti neurovegetativi, la loro attenzione si sposta sul proprio sentirsi a disagio e sulla rappresentazione di sé come indesiderabili, poco attraenti, noiosi, inadeguati, incapaci.
Tutto questo porta ad evitare con accuratezza tutte le situazioni sociali in cui ci si sente esposti ad una rievocazione dell’immagine di sé non piacevole, ma se ciò allevia temporaneamente la sensazione ansiosa, col tempo, contribuisce ad alimentare e cronicizzare la percezione d’inadeguatezza ( Crozier, Salden, 2001).
Sono persone però che fuori dalle situazioni sociali in cui è richiesta una sorta di performance sono capaci, hanno grandi qualità. Un musicista suona perfettamente il pianoforte, ama farlo e gli riesce bene, ma in pubblico più che godersi l’attività che sta svolgendo, la sua attenzione va sugli altri, che sicuramente lo giudicheranno inadeguato, sui conseguenti sintomi neurovegetativi e sulla ovvia successiva performance scadent,e che non fa che confermare la sua immagine non positiva di se stesso, quindi arriva l’evitamento, smette di suonare in pubblico. Ecco che l’ansia diviene una Fobia.
Forte critica verso se stessi ed elevato valore dato alle performance altrui, ma soprattutto il controllo la fa da padrone: controllo delle proprie capacità in pubblico, dei propri segnali neurovegetativi, del linguaggio verbale e non verbale dell’altro per carpire segnali di apprezzamento che, ovviamente, non saranno mai abbastanza validi per avere conferme se non della propria incapacità. Quanta solitudine in queste percezioni di sé e delle relazioni con l’altra persona! Quanto sarebbe utile ristrutturare le immagini distorte, le rappresentazioni fallimentari, ricostruire una figura personale realistica, con pregi e difetti, risorse e limiti accettabili per sè e anche per l’altro, ricominciare o iniziare per la prima volta, a credere nel proprio valore e nella possibilità vedersi meritevoli e degni di stima, d’amore e di attenzione benevola da parte del prossimo.
Qualora vi trovaste in una situazione simile, chiedere aiuto potrebbe aprirvi nuove strade, nuove visioni, fornirvi nuove lenti per vedere più realisticamente e in modo meno severo voi stessi e chi vi circonda!
Bibliografia
Bowlby, J. (1983), Attaccamento e perdita, Vol.3, Boringhieri, Torino.
Crozier, R.W., Alden, L.E. (2001), International Handbook of Socila Anxiety. Concepts, Research and Interventions Relating to the Self and Shyness. John Wiley e Sons, New york.
Procacci M., Popolo R., Marsigli N. (a cura di) (2011), Ansia e Ritiro sociale. Valutazione e trattamento. Raffaello Cortina Editore: Milano

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